12/11/2008

OBAMA SMOBILITA

Già il giorno dopo l’elezione di Obama a presidente, subito dopo la magica notte del 4 novembre, è iniziato uno smobilitamento che si è subito concluso nel giro di pochi giorni. L’enorme macchina da guerra della campagna "Obama for America" è durata il tempo di una indimenticabile stagione di attività politica. Già dal 5 novembre era impossibile riuscire a trovare qualcuno ai telefoni dell’head quarter di Obama a Chicago, telefono che prima funzionava fino a notte inoltrata e non ti faceva attendere più di due squilli prima di rispondere “Obama for America” o "Obama press office”.

Ancora più difficile parlare con gli ex portavoce della campagna, prima instancabili parlatori e inseparabili dal loro blackberry rispondevano alle mail in pochi minuti quando non si riusciva a parlargli per telefono per le troppe telefonate. Il 5 invece rispondevano con molta tranquillità, ma nel caso di uno dei principali portavoce Bill Burns, ci tenevano a chiarire di non poter parlare pi ù come in campagna a causa del contratto scaduto, o erano disponibili a lunghissime interviste, impensabili prima, comodamente seduti nelle lobby di alberghi  a 5 stelle.

Lo stesso Axelrod sparito per due giorni e ricomparso dietro le tende  blu della conferenza stampa di Barack Obama presidente eletto, ha rifiutato di rispondere ad ogni domanda dicendo “devo far palare il presidente, non è più compito mio parlare ora”, proprio lui che prima non negava mai una dritta, un’indiscrezione o una risposta a una domanda ben posta. Lo stesso Robert Gibbs, nuovo press manager della Casa Bianca, durante la conferenza non ha potuto fare altro che trincerarsi timidamente dietro un "no comment" inaugurando nel peggiore dei modi il suo nuovo e difficile ruolo. "No comment" è anche la parola d’ordine che è circolata tra tutti i membri dello staff subito dopo l’elezione del capo, dai senior staff ai volontari che così come sono comparsi sono già spariti senza lasciare traccia negli uffici abbandonati. Da febbraio scorso all’ultimo 4 novembre l’esercito dei volontari è andato crescendo a dismisura, attirando gente da tutto il mondo, tantissimi i giovani europei, e unendo razze, età e ceti sociali in un movimento che non si vedeva da anni. Ma dal giorno del trionfo, dopo le ultime ore passate a controllare l’andamento delle votazioni in tutti i seggi, e dopo la festa liberatoria, ogni rapporto con la campagna è finito, come ci spiega Andrea Liberati, volontario in Florida per la campagna di Obama, che dopo un’estate passato a bussare alle porte dei latinos in nome di Barack tornerà, non senza nostalgia, nella sua Terni, con un sogno realizzato e un libro da pubblicare: "Tra staffers e volontari il rapporto è, di fatto, terminato nel momento della chiusura dei seggi, quando, ancor prima di piangere per l’emozione di aver sentito anche per un solo secondo il mondo improvvisamente ricongiunto, abbiamo subito chiuso l’ufficio in Miami-Doral, datoci temporaneamente in prestito da una società import-export", Racconta Andrea che continua: "E’ stato un momento davvero rituale e liberatorio, come lasciare alle spalle il passato, come gettare via gli orpelli della vita precedente per tornare finalmente a crescere e salutare il domani dopo mesi e mesi di impegno, sacrificati sull’altare del voto".

Giusto il tempo di raccogliere le carte, salutarsi e liberare gli uffici, quasi sempre dati in prestito da imprese private amiche, a volte presi in affitto, ma quasi mai in centro e il più possibile vicino alle zone disagiate dei centri urbani. Solo la Florida, uno degli swinging states che hanno dato la vittoria a Obama e in cui la battaglia è stata più dura, nelle ultime settimane c’erano ben 160.000 volontari. Sia la campagna repubblicana che quella di Obama hanno speso le maggiori energie in questo stato tradizionalmente repubblicano nella parte superiore e più democratico nella parte infieriore della penisola vicino Miami. Ma la campagna di Obama non solo vi ha scatenato negli ultimi dieci giorni Barack Obama, Michelle Obama, Hillary Clinton, Joe Biden, Al Gore e persino Bill Clinton, ma non ha mollato neanche per un attimo la battaglia del porta a porta, delle telefonate, degli eventi e dei concerti per portare la gente a votare. La Florida è lo stato in cui la campagna di Obama ha concentrato anche le sue maggiori forze di ruolo: 350 senior staffer, regolarmente assunti e pagati dalla campagna, hanno coordinato il lavoro di 160.000 entusiasti supporter di Barack che si sono dati anima e corpo alla causa dell’elezione anche per poche ore al giorno, magari dopo il lavoro. Molti dei senior staffer venivano da Washington, dove sono tornati a contratto finito, e avevano quasi sempre già esperienza in altre campagne politiche a favore del partito dell’asinello, ma se si pensa che il precedente candidato Jonn Kerry aveva mandato in Florida solo trenta dei suoi senior staffer, perdendo, si capisce l’importanza che la campagna di Obama ha vouto dare al paese del sunrise. Siccome in Florida non si sta mai tranquilli, lo hanno detto tutti i democratici fino alla noia in ogni evento, spingendo la gente all’early voting, sono arrivati per l’election day anche 3000 avvocati a controllare le procedure di voto. E infatti tutto è filato liscio e, anche grazie alle nuove macchine, non si sono ripetuti i disastri, con 27.000 voti annullati, della campagna di Al Gore del 2000. Molti di loro non essendo registrati come legali in Florida non potevano legalmente operare, ma costituivano un valido supporto per i dubbi degli elettori, molti, e un deterrente per eventuali brogli. I risultati si sono visti: 4.700.000 elettori registrati per i repubblicani, 400.000 in più di Kerry, un’altissima percentuale di early voters, e la Florida finalemte tornata democratica.

Francesco Paravati

11/11/2008

SPIKE LEE: BERLUSCONI? NO NO NO!

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Spike Lee, il regista afroamericano icona del movimento black in America e amico personale del neo presidente Barack Obama risponde con un coro ironico a Silvio Berlusconi che ha chiamato "abbronzato" il neo eletto. "Obama sì sì sì, Berlusconi No! No! No!".

Raggiunto telefonicamente al suo ufficio della New York University, dove insegna cinema e arti visive, Spike Lee replica a modo suo, tra l’ironico e l’arrabbiato, quando gli vengono riportate le parole del Presidente del Consiglio. "Obama sì sì sì, Berlusconi No No No", il tormentone è stato registrato anche in un video in cui con le stesse parole e lo stesso ritornello Spike Lee rispondeva alle domande sull’Italia durante la notte della vittoria elettorale. Una notte in cui Spike Lee è stato protagonista coi giornalisti e con Jesse Jackson, altra icona del movimento black americano, già candidato, sconfitto, alle primarie per correre alla Casa Bianca. 

"Il 4 novembre è stata una giornata storica per me e l’America" – ha spiegato Spike Lee - "Mi sono svegliato a New York, ho comprato i giornali, sono andato a votare nel mio quartiere e naturalmente la macchina elettronica per votare non funzionava, così mi sono dovuto far dare una scheda elettorale di carta per essere sicuro che il mio voto fosse contato, poi ho fatto in tempo a prendere l’aereo e arrivare a Chicago per partecipare alla notte in cui l’America è cambiata".

Quali sono i suoi rapporti con Obama?

"Puoi dire che siamo amici personali, e per tutti gli afroamericani ora c’è un fratello alla Casa Bianca".

Cosa ha detto ai suoi figli quando è tornato a casa?

"Sono arrivato col primo aereo della mattina per dargli il buongiorno, gli ho detto che si sono svegliati in un’America diversa, migliore. Questo vale non solo per i miei figli o per i bambini di colore, ma anche per i bambini bianchi e per quelli di tutta l’America".

Come guarda al passato?

"Un periodo oscuro che i ragazzi dell’altra parte (i repubblicani) hanno cercato di replicare rendendolo ancora più scuro, per fortuna non ci sono riusciti".

Cosa dice dell’Italia dove lei ha fatto un film che è stato pesantemente criticato?

"Vai Vai Vai!!!"

Berlusconi ha definito bello e abbronzato Barack Obama, che ne pensa, è un insulto razzista?

A questo punto parte il coro in cui si era già esibito davanti le telecamere durante la notte della convention circondato dai giornalisti:

"Obama Sì Sì Sì! Berlusconi No! No! No!, Obama Sì Sì Sì! Berlusconi No! No! No!"

Non c’è verso di farlo tornare serio, evidentemente la sua trovata gli è piaciuta tanto, che non diventi il titolo o la colonna sonora di un nuovo film “anti-italiano”?

 

Francesco Paravati

09/11/2008

CHICAGO ALLA CONQUISTA DELLA CASA BIANCA

E’ arrivato allegro come un adolescente al suo primo giorno di scuola il neo eletto presidente della Casa Bianca alla sua prima conferenza stampa da futuro comandante in capo, presso l’Hotel Hilton in South Michigan. 
Prima della conferenza un meeting informale tra il team di consulenti economici che Obama ha voluto al suo fianco in questa fase di transizione. Volti già visti nei suoi precedenti interventi e più volte elogiati, come il CEO di Google Eric Schmidt, l’ex presidente della Federal Reserve, e probabile nuovo segretario del Tesoro di Barack presidente, Paul Volcker, la governatrice del Michigan Jennifer Granholm, e altri nomi importanti dell’America pubblica e privata che Obama ha scarrozzato in giro per l’America come testimonial viventi di quello che intende per “change”. Dopo il meeting uno speech di 15 minuti sulla sua visione dell’economia, che non ha brillato a dir la verità né per oratoria né per novità di contenuti rispetto all’Obama candidato. Il motivo del suo atteggiamento cool è presto detto, ed è lo stesso per il quale Obama non ha ancora risposto al presidente iraniano che gli ha fato degli auguri provocatori salutando con favore il suo insediamento. A fianco di Obama Robert Emmanuel, il nuovo capo dello staff, repubblicano di Chicago, poco più indietro sorridente e abbronzato, come se non si parlasse anche di lui in questa conferenza, il vicepresidente Joe Biden, che si è limitato ad annuire ed a rassicurare con abbondanti oscillamenti della testa su chi sarà il capo. Un passo dietro Obama c’è Paul Volcker, quando si è parlato di economia si è avvicinato quasi a voler garantire con la sua mole ingombrante lo speech del neo eletto.
A tenere il tempo delle domande e stroncarle quando i minuti erano scaduti, con la faccia da bulldog bonaccione, Robert Gibbs, il nuovo capo ufficio stampa. Sarà solo lui, dopo aver rubato il premier alle domande, ad affrontare la stampa in un bagno di microfoni, macchine, fotografiche e telecamere, che simbolizzano la sua novità. Defilato, mischiato tra i giornalisti un sornione David Axelrod col solito computer a tracolla, che ascolta senza commentare prima di sparire dietro la tenda blu declinando ogni domanda. Sarà ancora nell’ombra da stratega politico, il suo ruolo a Washington dove sta già cercando casa. Assente giustificato David Plouffe: gli è nata una bambina, la seconda, dopo un parto difficile della moglie, e ha declinato ogni offerta nella capitale per star vicino alla sua famiglia. Dei 3 uomini del presidente (Gibbs, Axelrod, Emmanuel e Plouffe che si è defilato da solo) 4 sono di Chicago, a testimonianza del mondo in cui Obama si è formato, e della sua voglia di prendere le distanze dall’establishement di Washington. Un cambiamento anche questo ma, dal governatore dell’Illinois al sindaco di Chicago Dayle che si è tramandato col padre lo scettro di primo cittadino per quasi un trentennio, la classe politica locale è sempre stata considerata corrotta e incapace dal resto d’America. Vedremo se il presidente e i suoi uomini riusciranno a cambiarne l’immagine.
 
Francesco Paravati

MARIO PLATERO

 
Il corrispondente del Sole 24 Ore ai microfoni di inviaggioconobama commenta la vittoria di Obama dal Grand Park di Chicago. 

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